Garamond! Ovvero storia di un tipografo, un font e della mia ossessione

Garamond! Ovvero storia di un tipografo, un font e della mia ossessione

Un esempio di Garamond per intenderci.

Immagino che vi aspettaste un post del genere: un’apologia senza pudore del Garamond. Ebbene sì non me ne vergogno. Sono Garamondmaniaco, ma questo dovreste averlo capito da un pezzo. Oggi, però, non voglio solo dirvi cose che sapete già, vorrei portarvi nella storia di questo carattere e del suo ideatore e capire un pochino insieme perché è uno dei font più usati per le edizioni tascabili dei libri italiani.

Claude Garamond, uno dei più famosi incisori di caratteri mobili francesi.

Facciamo un balzo indietro nel tempo. La storia dell’editoria e quella della stampa scorrono su binari paralleli. Fu Francesco Griffo, un tipografo bolognese, che all’inizio del Cinquecento inventò il carattere corsivo  (che in inglese si chiama Italic proprio perché fu inventato in Italia) a rendere famoso Aldo Manuzio, considerato il primo editore moderno. Proprio ai caratteri di Griffo si ispirò qualche decennio più tardi Claude Garamond (Parigi, 1480 – Parigi, 1561), forse il più famoso incisore di caratteri mobili francese. Egli passò alla storia per due motivi: creò il greco du Roi, cioè il carattere greco con cui erano pubblicate le edizioni dei classici dedicati al re di Francia e il romano una serie di caratteri latini che porta il suo nome (Garamond) e che sarà abbondantemente copiato durante la storia. Da quest’ultimo nascono tutti i caratteri moderni che chiamiamo Garamond.

Quindi facciamo un enorme salto temporale e passiamo dal Cinquecento ai giorni nostri e vediamo quali font ci interessano:

  1. EB Garamond: questo font, creato nel 2011 da Georg Duffner, nasce da un progetto di una community che si propone di creare una fedele riproduzione dei caratteri originali di Claude Garamond del XVI secolo. Infatti questa versione trae spunto da una scansione di una Cinquecentina del 1592 conosciuta come “Esemplare Berner” (dal nome di chi l’ha composta) stampata nella tipografia Egenoff (da Egenolff-Berner Garamond).

    Un esempio di EB Garamond.

    Esso è valido per due motivi: questo font è il più prossimo all’originale ed è opensource, cosa rara per quelli Garamond based.

  2. Simoncini Garamond: è il carattere che Giulio Einaudi commissionò al bolognese Francesco Simoncini per rinnovare l’aspetto dei suoi libri e che fu realizzato in collaborazione con una fonderia di Francoforte tra il 1956 e il 1958.

    Un esempio di Simoncini Garamond.
Toglietemi una curiosità. Voi vi siete mai chiesti qual è il carattere usato per stampare i libri in Italia? Quasi sicuramente nessuno di voi si è posto il problema ma, pensandoci ora vi sarà venuto in mente. Indovinate… Il Simoncini Garamond!
Quasi tutti i libri italiani sono stampati con questo font: se fossero senza copertine, sarebbe quasi impossibile distinguere tra i vari editori se non sulla base della gabbia (il rettangolo di testo sulla pagina) e della carta. Ad oggi gli editori che usano il Simoncini sono: Bompiani, Sellerio, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Feltrinelli, Salani, Longanesi, Guanda, Saggiatore, Nottetempo e Iperborea.
Un brano in Einaudi Garamond.

Einaudi utilizza invece un’altra derivazione del Garamond, l’Einaudi Garamond, carattere commissionato da Giulio Einaudi nel 1956 a Francesco Simoncini, i che si distingue dal Simoncini semplice per  particolari e vezzosi accenti acuti su í e ú.

Mondadori invece usa un derivato del Garamond: la narrativa italiana e straniera è, infatti, in Palatino, detto il «Garamond tedesco». Esso si distingue dal cugino per l’occhio del carattere (cioè il vuoto dentro le lettere) leggermente più grande e per le stanghette delle b, delle p e delle loro simili, leggermente più corte.
Un brano di un libro Adelphi in Baskerville.

L’unica mosca bianca nel mondo dei grandi editori sembra essere Adelphi che ha scelto il Baskerville, un carattere disegnato nel 1757 da John Baskerville.

Non c’è niente di resistente come i caratteri di stampa. A guardarli da vicino trasportano ancora scalpellini romani, stampatori rinascimentali, artisti novecenteschi e inventori di computer. Verba volant, scripta manent, dicevano quelli. Mentre la stampa cambiava, i libri sono restati immobili e i loro vecchi interni in Simoncini Garamond, nel frattempo, sono ridiventati nuovi.

Così termina l’articolo di Giacomo Papi, Perché tutti i libri italiani sono in Garamond (link in basso), e non potrei trovarmi in disaccordo. Il libro, di per sé, profuma di tradizione e il Garamond contribuisce a renderlo più carico di storia: in esso troviamo i pionieri dell’editoria, quali Griffo, Garamond stesso e Aldo Manuzio, uno dei primi a produrre edizioni più economiche perché fossero a portata di tutti (sempre di ricchi borghesi si parla, però fu un passo in avanti).

Poi è bello, con le sue grazie messe lì in mostra. Viva Garmond il tipografo, viva Garamond il font, viva Einaudi che ha dato il via al trend di usare il Simonicini come carattere delle edizioni italiane e viva me e la mia ossessione. Fine dell’apologia del Garamond. Promesso che non ne parlo più!

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