Haiku

Haiku

Ci spostiamo in oriente per scoprire una nobile e antica arte.

Oggi parliamo di una forma di poesia che ha radici lontane nel tempo e nello spazio: l’haiku. Ma in cosa consiste e da dove arriva ce lo dice  la nostra amica Treccani.

haiku (o haikai) Forma poetica della letteratura giapponese, di sole 17 sillabe sullo schema 5-7-5. Elevata a forma d’arte da Basho Matsuo (1644-1694), ha trovato imitatori nella poesia europea novecentesca, specie in quella francese e in quella italiana ermetica (per es. in G. Ungaretti).

http://www.treccani.it/enciclopedia/haiku/

Questi sono i kanji giapponesi per indicare gli Haiku.

Io li adoro ed è per questo che ve ne parlo oggi. Sono una forma di poesia sublime, perché condensano in frammenti la vita intorno al poeta come irreali istantanee di poche sillabe.

La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori.

Matsuo Basho

Ora addentriamoci un po’ più tecnicamente nel mondo di questi frammenti poetici.

Lo haiku ha origini molto incerte: sembra  che derivi dal genere di poesia classica giapponese chiamato waka 和歌 (letteralmente, “poesia giapponese”), poi ribattezzata tanka 短歌 (“poesia breve”) da Masaoka Shiki, ma molto probabilmente trae origine dalla prima strofa (lo hokku) di un renga, il componimento poetico a più mani. (Fonte Wikipedia)

Lo haiku è caratterizzato da una peculiare struttura, facilmente riconoscibile a occhio nudo: essa è composta da tre versi, rispettivamente di 5, 7 e 5 more, che rappresenta la quantità di una sillaba e solo raramente coincide con essa. Altra caratteristica sono i toni semplici: infatti sono poesie senza alcun titolo, che traggono la loro forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni e in cui si eliminano fronzoli lessicali e retorici. Il soggetto è spesso una scena rapida ed intensa che descrive la natura e ne cristallizza i particolari nell’attimo presente. L’estrema concisione dei versi, definita dalla rigida struttura, lascia spazio ad un vuoto, colmato solo da ciò che lo haiku, definita anche “poesia non finita”, lascia come traccia e che sta al lettore completare.

Accatastata per il fuoco,
la fascina
comincia a germogliare.

Nozawa Bonchō
(1640 – 1714)

Ogni haiku ha due elementi essenziali oltre alla struttura:

  • In ogni componimento è presente un riferimento stagionale (il kigo 季語 o “parola della stagione”), cioè un accenno alla stagione che definisce il momento dell’anno in cui viene composto o al quale si riferisce. Il kigo può essere un animale (come la rana per la primavera o la lucciola per l’estate), un luogo, una pianta, ma anche il nome di un evento oppure una tradizione, come ad esempio i fuochi d’artificio per indicare l’estate. Il kigo costituisce il tema principale dello haiku ed è considerato dagli haijin 廃人 (“poeti di haiku”) il cuore stesso del componimento poetico. Data la loro importanza per la corretta scrittura di haiku, in Giappone vengono redatti dei cataloghi chiamati saijiki 歳時記 (“antologia delle stagioni”) che raccolgono tutti i riferimenti divisi per stagione in sette sezioni convenzionali: Stagione, Fenomeni celesti, Fenomeni terrestri, Eventi, Vita umana, Animali e Piante. (Fonte Wikipedia)
  • I versi dell’haiku sono strutturati in modo da presentare almeno un kireji 切れ字 (“parola che taglia”), ossia una cesura, un rovesciamento che può essere o meno indicato da un trattino, una virgola, un punto, un trattino, ma che nella lingua giapponese viene resa attraverso particolari categorie di parole non direttamente traducibili in italiano, come ya や, kana かな e keri けり. Il kireji ha la funzione di segnalare al lettore un ribaltamento semantico o concettuale, un capovolgimento di significato che può avvenire ad esempio tra il primo e i due versi seguenti, oppure in qualsiasi altra posizione. La tradizione poetica risalente allo hokku, vuole, tuttavia, che tale stacco (kiru 切る) venga preferibilmente collocato al termine del primo o del secondo verso. Tale rovesciamento semantico è spesso indice della riuscita di un haiku, sottintendendo la complessità del sentire poetico e realizzando un salto dell’immaginazione tra concetti e immagini apparentemente distanti. (Fonte Wikipedia)

    Un esempio di kireji è il seguente:

Il tetto si è bruciato:
ora
posso vedere la luna.

Mizuta Masahide
(1657 -1723)

Ecco la potenza della poesia haiku: la ricerca di di un linguaggio che possa cristallizzare esperienze multisensioriali, o addirittura spirituali, senza alcun fronzolo, ma con un rigore quasi rituale, come fosse una preghiera al potere della natura, vita e morte degli uomini, nutrimento per carne e anima.

E voi cosa ne pensate? Avevate mai sentito parlare di haiku?

Nobiltà di colui
che non deduce dai lampi
la vanità delle cose.

Matsuo Basho
(1644 – 1694)


Link Utili

Qui un breve tutorial per scrivere i vostri Haiku.

E qui invece la pagina di Wikipedia per approfondire su gli Haiku.

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